Cosa resta di Londra 2012

Tanti i momenti di questa Olimpiade che non dimenticheremo. Record, ma anche storie, umane più che sportive, che hanno toccato il nostro cuore. Ecco una piccola selezione di ciò che vogliamo conservare di Londra 2012 e di ciò che, nostro malgrado, ci porteremo dietro.

Le mani di Alex Schwazer che nascondono il suo volto ricoperto di lacrime e vergogna durante la conferenza stampa convocata dopo la notizia della sua positività al test antidoping. E il ricordo di una scena così uguale e diversa, quattro anni fa, nello stadio di Pechino che consacrò l’atleta altoatesino.

Il pianto di rabbia e delusione di due bambine ormai cresciute, Tania Cagnotto e Vanessa Ferrari, vistesi strappare un posto sul podio da una manciata di centesimi (o da qualcos’altro).

La corsa su una gamba del cinese Liu Xiang, che va a baciare l’ostacolo maledetto in cui è inciampato il suo sogno.

La danza del quartetto d’oro del fioretto femminile azzurro: Elisa Di Francisca, Valentina Vezzali, Arianna Errigo e Ilaria Salvatori e il podio tutto azzurro da far rabbrividire che ci hanno regalato le prime tre.

La potenza di un omino dal cognome poco equivocabile (Carlo Molfetta) che si va a prendere l’oro del taekwondo battendo uno che gli sta sopra di 10 centimetri.

Un americano, Michael Phelps, che esce per l’ultima volta dalla vasca olimpica salutandola a modo suo, con il primato dell’atleta più medagliato di sempre (quota 18 con i 4 ori e 2 argenti di Londra). E un giamaicano che divide con lui le pagine di storia dello sport, Usain Bolt (doppietta 100-200 metri più staffetta 4×400), uno che divora metri alla velocità della luce e poi rischia di perdere l’oro nella staffetta, ma solo perché vuole portarsi a casa il testimone per ricordo.

Un omino in sella a una mountain bike che di nome fa Marco Aurelio Fontana e che, dopo un’emozionante rimonta che lo porta in testa alla gara, perde il sellino, ma stringe i denti fino al traguardo e conquista un bronzo che vale un oro e la leggenda.

Josefa Idem, una mamma quarantottenne un po’ speciale che, con lo stesso sorriso di chi ha conosciuto la gioia e il sacrificio, festeggia il primo posto in semifinale e poi accetta un “modesto” quinto in finale.

La storia commuovente dell’oro olimpico nei tuffi Wu Minxia, che gli allenatori hanno tenuto all’oscuro della morte dei nonni e della malattia della madre per non farla “deconcentrare” dai suoi obiettivi.

La testa ricoperta dal velo dell’atleta saudita Sarah Attar, la prima donna del suo paese a gareggiare su un tappeto olimpico.

I mille volti di un’Italvolley maschile prima irriconoscibile poi entusiasmante che vede svanire il sogno della finale, ma vince un onorevole bronzo e sul podio rende omaggio a Vigor Bovolenta.

Otto atlete di badminton squalificate per aver combinato un match a ricordarci il brutto dello sport e che neppure una disciplina che sembra un gioco da bambini ne è esente.

Calciatori messicani dai nomi pressoché sconosciuti che battono in finale un Brasile convinto di brillare con le sue stelle e stelline.

La corsa contro la natura e contro il destino del sudafricano Oscar Pistorius, il primo atleta disabile a partecipare a un’Olimpiade, vincitore al di là del risultato. Un’altra incredibile corsa, quella in piscina di Ye Shiwen, la sedicenne cinese che ha nuotato più veloce di Lochte e Phelps. E, sempre nel nuoto, l’impresa della lituana Ruta Meilutyte, oro e record assoluto nei 100 metri rana all’età di 15 anni.

Una biondina 20enne dai tratti dolci, il cui cognome era già più di una promessa (Jessica Rossi), che colpisce 99 piattelli su 100 e dedica l’oro alla sua Emilia terremotata.

La rivincita post-Wimbledon di Andy Murray contro Roger Federer nel modo più bello, di fronte al pubblico di casa.

Il viso simpatico di un omone, Daniele Molmenti, che nel giorno del suo compleanno regala a se stesso e all’Italia una medaglia d’oro e fatica in uno sport affascinante e sconosciuto ai più, il kayak slalom.

Il volto colmo di delusione e disappunto del pugile Roberto Cammarelle, campione a Pechino, che sbuffa mentre gli infilano al collo una medaglia che ha il colore grigio della beffa. E la tristezza mista a gioia di un altro boxeur, Clemente Russo, dal soprannome Tatanka (bisonte), che voleva rendere d’oro la terra della camorra, ma l’ha resa pur sempre d’argento.

Sandro Campagna, coach del Settebello delle emozioni, che manda un bacio a Premus dopo un gol in rovesciata che ha il sapore della finale olimpica.

Frangilli, Nespoli e Galiazzo: tre simpatici omoni dai cappellini alla pescatora e dal tiro con l’arco d’oro.

La commozione del 18enne Nijel Amos che, finendo dietro solo al leggendario Rudisha negli 800 metri, regala la prima medaglia olimpica al suo Botswana, poi sviene e lascia la pista su una barella.

Lo sciabolatore d’argento Occhiuzzi, un napoletano che di nome – guarda un po’ – fa Diego e sul podio porta lo striscione “Benvenuti al Sud”. E un suo collega più noto e medagliato, Aldo Montano, che lotta contro l’infortunio e risulta decisivo nel bronzo della sciabola a squadre. Come decisivo è Andrea Baldini, detto Baldo, che con Cassarà, Avola e Aspromonte si prende un oro che sa di rivincita.

La freddezza mista a simpatia dell’ingegnere Niccolò Campriani, emigrato negli Usa per conciliare studi e sport e imparare a domare le emozioni, fatali nella carabina.

Queste e tante altre le cartoline di un’Olimpiade speciale, in cui lo sport ha mostrato il suo volto pulito, senza celare il suo lato marcio. Un po’ come la vita. Che ci insegna che la distanza fra l’Inferno e il Paradiso, a volte, può essere sottile, impercettibile. Il segreto è imparare a stare in equilibrio fra la cima e il baratro, per non lasciarsi inghiottire.

                                                                                                      Rossella Nocca

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Pubblicato il agosto 13, 2012, in Home Page, Sport con tag , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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